Articolo del mese

Aprile 2018

Diabetes mellitus and Parkinson disease

Autori: Pagano G., Polychronis S., Wilson H., Giordano B., Ferrara N., Niccolini F., Politis M.

Pubblicato su: Neurology. 2018 Apr 6. pii: 10.1212/WNL.0000000000005475. doi: 10.1212/WNL.0000000000005475

Pagano Gennaro

Gennaro Pagano

Neurodegeneration Imaging Group, Institute of Psychiatry, Psychology and Neuroscience, King’s College - Londra

Articolo disponibile su:
Neurology. 2018 Apr 6

Evidenze ottenute in animali da esperimento ed in studi preclinici suggeriscono, in maniera sempre più convincente, una possibile relazione tra alterato metabolismo del glucosio e diabete mellito, la malattia di Parkinson ed aspetti neurodegenerativi tipici di questa malattia. In questo studio condotto dal Dott. Pagano e dai suoi collaboratori è stata ulteriormente approfondita la possibile relazione tra diabete mellito e malattia di Parkinson mediante l’analisi di neuroimmagine (molecolare e strutturale) e dei bio-marcatori liquorali in pazienti in fase iniziale di malattia. Sono stati confrontati 25 pazienti affetti da malattia di Parkinson e diabete mellito, 25 pazienti affetti da malattia di Parkinson, 14 pazienti affetti da diabete mellito e 14 controlli sani. I pazienti con malattia di Parkinson sono stati inoltre valutati longitudinalmente (periodo di follow-up di 36 mesi) per valutare una possibile associazione tra diabete mellito, la progressione dei sintomi motori ed eventuale declino cognitivo. Nei pazienti affetti da malattia di Parkinson e diabete mellito sono stati riscontrati punteggi motori più elevati, ridotto legame con il trasportatore di dopamina a livello striatale e livelli più elevati di bio-marcatori liquorali suggestivi di danno neuronale, rispetto agli altri gruppi inclusi nello studio. Nella popolazione di pazienti con malattia di Parkinson, la presenza di diabete mellito è stata inoltre associata a una progressione più rapida dei sintomi motori e a un declino cognitivo più severo nel corso del periodo di osservazione. I risultati dello studio suggeriscono pertanto che il diabete mellito rappresenta una condizione che può amplificare i fenomeni neurodegenerativi che caratterizzano la malattia di Parkinson e determinare il manifestarsi di un fenotipo di malattia più aggressivo. Saranno necessari ulteriori studi per confermare, su una casistica più ampia, il legame tra insulino-resistenza, diabete mellito e malattia di Parkinson e per quantificare i potenziali risvolti terapeutici in questo ambito neurologico dei nuovi farmaci antidiabetici.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Marzo 2018

Eight-hours adaptive deep brain stimulation in patients with Parkinson disease

Autori: Arlotti M., Marceglia S., Foffani G., Volkmann J., Lozano A.M., Moro E., Cogiamanian F., Prenassi M., Bocci T., Cortese F., Rampini P., Barbieri S., Priori A.

Pubblicato su: Neurology. 2018 Mar 13;90(11):e971-e976. doi: 10.1212/WNL.0000000000005121

Arlotti Mattia

Mattia Arlotti

Fondazione IRCCS Ca'Granda Ospedale Maggiore Policlinico - Milano

Articolo disponibile su:
Neurology, 2018 Men 13

L’ottimizzazione della stimolazione cerebrale profonda (deep brain stimulation - DBS) mediante lo sviluppo della cosiddette strategie di stimolazione adattativa rappresenta un campo di attiva ricerca in pazienti affetti da malattia di Parkinson. La DBS adattativa si propone di ottimizzare il controllo dei parametri di stimolazione, in base allo stato clinico del paziente. La tecnica si avvale della registrazione dell’attività elettrica di popolazioni neuronali (potenziali di campo locale), attraverso gli elettrodi impiantati per la stimolazione. Diverse evidenze suggeriscono che la DBS adattativa è più efficace delle tecniche DBS convenzionali nel miglioramento dei punteggi motori e nel controllo delle discinesie indotte da Levodopa nei pazienti. Nonostante i risultati positivi, i dati ad oggi disponibili sono stati per lo più ottenuti in studi caratterizzati da sessioni sperimentali brevi. Nello studio “in aperto” condotto dal Dr. Arlotti e dai suoi collaboratori è stato indagata la fattibilità e l'efficacia clinica della DBS adattativa, in pazienti con malattia di Parkinson avanzata, per un periodo più prolungato, effettuando registrazioni dei potenziali di campo locale e di stimolazione del nucleo subtalamico di 8 ore. Gli autori hanno pertanto avuto modo di monitorare le modificazioni neurofisiologiche e cliniche dei pazienti in un setting sperimentale che simulava da vicino lo svolgimento delle comuni attività di vita quotidiana . Lo studio conferma che la misurazione della potenza delle oscillazioni nella banda beta (11-35 Hz) è un utile biomarcatore dello stato clinico del paziente. Gli autori hanno inoltre osservato che la DBS adattativa è in grado di ridurre i parametri di stimolazione nella fase ON (rispetto alla fase OFF) e che la regolazione automatizzata della DBS previene il manifestarsi delle discinesie. In conclusione, i risultati dello studio suggeriscono che la DBS adattativa è tecnicamente fattibile nella vita di tutti i giorni e rappresenta un metodo sicuro, ben tollerato ed efficace per la gestione terapeutica dei sintomi motori nei pazienti affetti ad malattia di Parkinson. Lo studio rappresenta pertanto un ulteriore passo in avanti verso l'ottimizzazione della DBS nella malattia di Parkinson (PD) in vista dello sviluppo di dispositivi da impiegare nella pratica clinica.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Febbraio 2018

Progression of tremor in early stages of Parkinson’s disease: a clinical and neuroimaging study

Autori: Pasquini J., Ceravolo R., Qamhawi Z., Lee G., Deuschl G., Brooks D.J., Bonuccelli U., Pavese N.

Pubblicato su: Brain. 2018 Jan 22. doi: 10.1093/brain/awx376

Pasquini Jacopo

Jacopo Pasquini

Università di Pisa - Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale

Articolo disponibile su:
Brain, 2018 Gen 22

Il tremore a riposo è uno dei principali segni della malattia di Parkinson e si osserva spesso in associazione a tremore cinetico e posturale. Ad oggi tuttavia, non è chiaro in che termini le tre tipologie di tremore coesistano nelle fasi iniziali di malattia; restano inoltre da chiarire la progressione di questi disturbi e le possibili relazioni con disfunzioni neurotrasmettitoriali dopaminergiche e serotoninergiche. In questo studio pubblicato su Brain, il Dott. Pasquini e i suoi collaboratori hanno esaminato dati relativi alle valutazioni cliniche di base e di follow-up (a 2 anni) di un campione di 378 pazienti affetti da malattia di Parkinson. Gli Autori hanno inoltre esaminato le immagini di tomografia ad emissione di singolo fotone (123I-FP-CIT), per la quantificazione del trasportatore di dopamina a livello del putamen e del trasportatore di serotonina a livello dei nuclei del rafe, in un sotto-gruppo di pazienti. Il tremore a riposo è stato osservato in circa il 70% dei pazienti ed è pertanto risultato il tipo di tremore più frequente nelle fasi precoci della malattia di Parkinson. Tremore posturale e cinetico erano presenti in una percentuale inferiore di casi. In circa il 20% dei pazienti con tremore non veniva osservato tremore a riposo. I risultati dello studio suggeriscono che con il progredire della malattia di Parkinson, sia la disfunzione serotoninergica che dopaminergica potrebbero contribuire al manifestarsi del tremore a riposo. La gravità del tremore a riposo (sia al basale che al follow-up) è risultata infatti inversamente correlata alla disponibilità del trasportatore della serotonina nei nuclei del rafe ed in particolare è risultata associata ad un ridotto rapporto di assorbimento rafe/putamen del tracciante (parametro indicativo di una maggiore disfunzione serotoninergica rispetto al grado di disfunzione dopaminergica). Un ulteriore risultato dello studio riguarda il miglioramento del tremore a riposo dopo terapia dopaminergica, risultato inferiore nei pazienti con maggior compromissione serotoninergica, ovvero ridotto rapporto di assorbimento rafe/putamen. Oltre alle possibili implicazioni sul piano fisiopatologico, i risultati di questo studio potrebbero avere ricadute sul piano clinico ed in particolare nella gestione terapeutica del tremore a riposo in pazienti con malattia di Parkinson.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Gennaio 2018

Motor learning and metaplasticity in striatal neurons: relevance for Parkinson’s disease

Autori: Giordano N., Iemolo A., Mancini M., Cacace F., De Risi M., Latagliata E.C., Ghiglieri V., Bellechi G.C., Puglisi-Allegra S., Calabresi P., Picconi B., De Leonibus E.

Pubblicato su: Brain. 2017 Dec 21. doi: 10.1093/brain/awx351

Giordano Nadia

Nadia Giordano

Institute of Genetics and Biophysics (IGB), National Research Council, Naples, Italy
Telethon Institute of Genetics and Medicine, Telethon Foundation, Pozzuoli, Italy

Articolo disponibile su:
Brain, 2017 Dec 21

È noto che l’alterata trasmissione dopaminergica nella via nigro-striatale, che caratterizza la malattia di Parkinson, oltre a compromettere un ampio spettro di funzioni neuronali, potrebbe inoltre interferire con i meccanismi di plasticità sinaptica mediati dai recettori dopaminergici D1 e D2 e determinare pertanto un’alterazione dell’apprendimento motorio. Ad oggi, tuttavia i meccanismi di plasticità sinaptica coinvolti nelle diverse fasi dell’apprendimento, ovvero acquisizione iniziale e successiva ottimizzazione di un compito motorio, non sono del tutto noti. In questo studio, condotto su animali da esperimento dalla Dott.ssa Nadia Giordano e dai suoi collaboratori, sono state inizialmente indagati possibili differenze interindividuali nell’apprendimento di un compito motorio standardizzato, è stato quindi effettuato uno studio ex vivo della plasticità sinaptica a livello striatale. I risultati dello studio dimostrano che le modificazioni dei meccanismi di potenziamento a lungo termine della trasmissione sinaptica a livello dello striato dorsale, mediati dal trasportatore attivo della dopamina (DAT) e dei recettori D1, potrebbero essere implicate nella transizione dall’acquisizione iniziale alla successiva ottimizzazione di un compito motorio. Gli Autori dello studio hanno inoltre osservato che la sovra-espressione di a-synucleina umana a livello mesencefalico riduceva i livelli di DAT a livello striatale ed alterava i meccanismi di plasticità sinaptica e l’apprendimento motorio negli animali da esperimento. L’aspetto interessante è che le alterazioni nella espressione del DAT venivano osservata prima di una significativa perdita di neuroni dopaminergici e della comparsa di bradicinesia. I risultati di questo studio supportano pertanto l’ipotesi che un’alterata funzione dei terminali dopaminergici possa svolgere un importante ruolo fisiopatologico nelle fasi iniziali della malattia di Parkinson. Simili meccanismi potrebbero caratterizzare anche altre sinucleinopatie.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Dicembre 2017

Impulse Control Disorders in Advanced Parkinson’s Disease With Dyskinesia: The ALTHEA Study.

Autori: di Biundo R. Weis L., Abbruzzese G., Calandra-Buonaura G., Cortelli P., Jori M.C., Lopiano L., Marconi R., Matinella A., Morgante F., Nicoletti A., Tamburini T., Tinazzi M., Zappia M., Vorovenci R.J., Antonini A.

Pubblicato su: Mov Disord. 2017 Nov;32(11):1557-1565. doi: 10.1002/mds.27181.

Biundo Roberta

Biundo Roberta

Fondazione Ospedale San Camillo IRCCS - Venezia

Articolo disponibile su:
Mov. Disorder

I disordini del controllo degli impulsi e le discinesie sono complicazioni comuni e invalidanti in pazienti affetti malattia del Parkinson in trattamento cronico con farmaci dopaminergici. I suddetti disturbi possono spesso coesistere ed è stata ipotizzata una comune base fisiopatologica. L’obiettivo dello studio multicentrico condotto dalla Dott.ssa Biundo e dai suoi collaboratori, e recentemente pubblicato su Movement Disorders, è stato valutare la frequenza e la severità dei disordini di controllo di impulso nei pazienti di malattia del Parkinson e discinesie di vario grado di severità. È stata esaminata una larga casistica di 251 pazienti. Ciascun paziente è stato sottoposto ad una valutazione clinica accurata, comprensiva del questionario per la valutazione dei disordini del controllo degli impulsi e per la valutazione delle discinesie mediante la Unified Dyskinesia Rating Scale. Gli autori hanno osservato disordini del controllo degli impulsi in oltre la metà dei pazienti valutati. È stata inoltre osservata una maggior frequenza di disordini del controllo degli impulsi clinicamente significativi in pazienti con discinesie di severa entità ed una correlazione positiva con la dose giornaliera di farmaci dopamino-agonisti. Sul piano fisiopatologico, i risultati dello studio supportano l’ipotesi che i disordini del controllo degli impulsi e le discinesie possano dipendere da comuni meccanismi fisiopatologici. Gli autori enfatizzano l’importanza di una attenta valutazione clinica dei pazienti affetti malattia del Parkinson in fase avanzata e discinesie per non sottovalutare l’occorrenza dei disordini comportamento in questa categoria di pazienti.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Novembre 2017

The Placebo Effect on Bradykinesia in Parkinson’s Disease With and Without Prior Drug Conditioning.

Autori: di Frisaldi E. Carlino E., Zibetti M., Barbiani D., Dematteis F., Lanotte M., Lopiano L., and Benedetti F.

Pubblicato su: Mov Disord. 2017 Oct;32(10):1474-1478. doi: 10.1002/mds.27142.

Frisaldi Elisa

Frisaldi Elisa

Dipartimento di Neuroscienze "Rita Levi Montalcini", Università degli Studi di Torino

Articolo disponibile su:
Mov. Disorder

Negli ultimi anni si è assistito ad un crescente interesse riguardante l’effetto placebo nella malattia di Parkinson e sulle possibili cause che sottendono questo fenomeno. Tra queste, sono state enfatizzate le alte aspettative che i pazienti nutrono verso le terapie che vengono ad essi proposte. Evidenze sperimentali più recenti, suggeriscono tuttavia altri possibili meccanismi implicati nell’effetto placebo nella malattia di Parkinson.
Questo studio sperimentale, effettuato dalla Dott.ssa Frisaldi e dai suoi collaboratori, e pubblicato su Movement Disorders, condotto su una casistica di 44 pazienti affetti da Malattia di Parkinson, ha valutato specificatamente l’effetto placebo sulla bradicinesia. E’ stato osservato che il placebo, di per sé, non migliorava la bradicinesia nei pazienti. Tuttavia, la velocità del movimento migliorava in maniera significativa se la somministrazione di un placebo era preceduta dalla somministrazione di apomorfina. I risultati sono sostanzialmente in linea con precedenti osservazioni che hanno evidenziato un significativo effetto placebo sulla rigidità in pazienti affetti da Malattia di Parkinson. I suddetti risultati appaiono interessanti, soprattutto se si considerano le possibili implicazioni cliniche dell’effetto placebo nella gestione terapeutica dei pazienti affetti da Malattia di Parkinson. Gli Autori sottolineano inoltre che l’effetto placebo potrebbe influenzare i risultati di trial clinici in cui vengono inclusi pazienti che sono stati precedentemente trattati con farmaci antiparkinsoniani in fase di studio. Nel lavoro viene quindi enfatizzata la necessità di affinare possibili strategie per migliorare il disegno dei trial clinici e l'interpretazione dei dati così ottenuti, al fine di minimizzare le risposte placebo.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Settembre 2017

Tremor stability index: a new tool for differential diagnosis in tremor syndromes

Autori: di Biase L. Brittain J.S., Shah S.A., Pedrosa D.J., Cagnan H., Mathy A., Chen C.C., Martín-Rodríguez J.F., Mir P., Timmerman L., Schwingenschuh P., Bhatia K., Di Lazzaro V., Brown P.

Pubblicato su: Brain. 2017 Jul 1;140(7):1977-1986. doi: 10.1093/brain/awx104

Di Biase Lazzaro

Lazzaro di Biase

Unità di Neurologia, Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, Roma
Nuffield Department of Clinical Neurosciences, University of Oxford

Articolo disponibile su: Brain

Commettere errori diagnostici nella diagnosi differenziale di sindromi tremorigene é molto comune e puó avere implicazioni sia cliniche che scientifiche. L’accuratezza diagnostica nella diagnosi di Malattia di Parkinson (MP) raggiunge attualmente l’80%, mentre il 37% di paziente affetti da tremore essenziale (TE), ricevono una diagnosi errata. Attualmente non sono disponibili tecniche neurofisiologiche con una buona accuratezza diagnostica nel valutare il tremore, ed il gold standard diagnostico rimane la valutazione clinica, eseguita da un esperto in disturbi del movimento.
In questo studio gli autori presentano una nuova misura neurofisiologica, l’indice di stabilitá del tremore (“tremor stability index” [TSI]), che si é dimostrata in grado di discriminare il tremore della MP dal TE, raggiungendo un’ottima accuratezza diagnostica. Tale indice deriva dall’elaborazione di misure cinematiche dell’attivitá tremorigena registrata tramite un’accellerometro triassiale o un sensore laser di velocitá ed é stato elaborato analizzando una coorte di 16 registrazioni effettuate in pazienti con MP (fenotipo tremorigeno) e 20 registrazioni effettuate in pazienti con TE. I risultati sono stati sucessivamente valitadati in una seconda coorte, indipente, composta da 55 registrazioni di pazienti con MP e TE. La valutazione clinica è stata utilizzata come gold standard; 100 secondi di registrazione sono stati selezionati per l’analisi per ogni paziente. L’accuratezza diagnostica del TSI nel classificare il tipo di tremore è stata valutata tramite un’analisi di regression binaria e calcolando sensibilitá, specificitá, accuratezza, il rapporto di veorimiglianza positivo e negativo l'area sottesa alla curva ROC ed una convalida incrociata dei risultati.
Un valore di TSI di 1.05 si é dimostrato un cut-off in grado di differenziare il tremore di pazienti con MP (TSI ≤ 1.05) da quello pazienti con TE (TSI > 1.05) con una sesibilitá del 95%, una specificitá del 95% ed un’accuratezza diagnistica del 92%. Le curve ROC hanno mostrato un’area sotta la curva di 0.916 (con un intervallo di confidenza del 95% compreso tra 0.797–1.000). L’accuratezza nella classificazione si é dimostrata indipendente dal tipo di device utilizzato, accellerometro o sensore laser di velocitá (registrazioni elettromiografiche non si sono al contrario dimostrate in grado di discriminare con efficacia il TSI) e dalla postura del paziente, quindi indipendente dal fatto che il tremore fosse registrato a riposo o durante contrazione posturale.
Il TSI si presenta dunque come una nuova misura neurofisiologica ed uno strumento utile ed efficace nel fare diagnosi differenziale tra i due piú frequenti tipi di tremori, il tremore della MP ed il TE. Tale strumento presenta inoltre un’alta accuratezza diagnostica, é una tecnica economica, non operatore-dipendente, eseguibile in tempi rapidi, tramite l’utilizzo di device non invasivi e ampiamente diffusi.

A cura di: M. Zibetti (Torino)

Luglio 2017

Structural Brain Connectome and Cognitive Impairment in Parkinson Disease

Autori: Galantucci S. Agosta F., Stefanova E., Basaia S., van den Heuvel MP., Stojković T., Canu E., Stanković I., Spica V., Copetti M., Gagliardi D., Kostić VS., Filippi M.

Pubblicato su: Radiology. 2017 May;283(2):515-525. doi: 10.1148/radiol.2016160274. Epub 2016 Dec 7.

Galantucci Sebastiano

Sebastiano Galantucci

Neuroimaging Research Unit, Institute of Experimental Neurology, Division of Neuroscience
San Raffaele Scientific Institute, Vita-Salute San Raffaele University, Milano

Articolo disponibile su: Radiology

Il Mild Cognitive impairment (MCI) è presente nel 25% dei pazienti con una nuova diagnosi di malattia di Parkinson (MP) ed è correlato con una maggiore probabilità di sviluppare una demenza nell’evoluzione della malattia. Il substrato neurale del declino cognitivo nella MP non è completamente noto. Recentemente evidenze neuroradiologiche hanno dimostrato che nella MP con associato deterioramento cognitivo è presente un anomalia dell’architettura dei networks cerebrali, che coinvolge diversi sistemi corticali e sottocorticali. Pochi studi hanno valutato i pattern di alterazioni microstrutturali delle connessioni della sostanza bianca encefalica ni pazienti con MP e MCI suggerendo che le anomali cognitive siano associate con alterazioni delle connessioni della sostanza bianca frontale e interemisferica.
Nella MP con MCI lo studio tramite tecniche di neuroimaging funzionale del “resting state” ha permesso di dimostrare una ridotta connettività tra i circuiti dorsali dell’attenzione e le regioni fronto-insulari di destra, oltre a una disconnessione funzionale del network fronto-parietale.
Recentemente si va affermando lo studio del connettoma come mappa comprensiva delle connessioni neurali dell’encefalo. Il connettoma è un grafo in cui le varie regioni encefaliche rappresentano i nodi uniti tra loro da linee che sono rappresentazione di connessioni funzionali o strutturali. Lo studio del connettoma permette di descrivere come la patologia alteri l’organizzazione dei network cerebrali e permette di fare delle ipotesi sulla fisiopatologia del disturbo.
In questo studio gli autori hanno esplorato tramite l’elaborazione del connettoma l’insieme delle alterazioni microstrutturali della sostanza bianca e del network encefalico in MP con MCI.
I risultati dimostrano che nei pazienti con MP associata a MCI c’è un alterazione strutturale del network che include i gangli della base e le regioni fronto-parieto-temporali. I risultati suggeriscono che la presenza di MCI nella MP sia correlata con una complessa alterazione strutturale del network piuttosto che con alterazioni localizzate a specifiche aree o a specifiche connessioni nell’ambito della sostanza bianca.
L’identificazione di un pattern di alterazioni strutturali del connettoma nella MP con MCI potrebbe in un futuro fornire un marker strumentale del deficit cognitivo nella MP, e risultare particolarmente utile nel individuare i soggetti candidati all’uso di farmaci che siano in grado di influenzare l’evoluzione della malattia

A cura di: C.L. Scaglione (Bologna)

Giugno 2017

Acting without being in control: Exploring volition in Parkinson's disease with impulsive compulsive behaviours

Autori: Ricciardi L. Haggard P., de Boer L., Sorbera C, Stenner M.P., Morgante F., and Edwards M.J.

Pubblicato su: Parkinsonism Relat Disord. 2017 Apr 20. pii: S1353-8020(17)30143-8. doi: 10.1016/j.parkreldis.2017.04.011.

Lucia Ricciardi

Lucia Ricciardi

Institute of Molecular and Clinical Sciences
St George's University of London

Articolo disponibile su: Parkinsonism Relat Disord

I comportamenti compulsivi impulsivi (ICB) sono complicazioni neuropsichiatriche comuni della Malattia di Parkinson (MP) e includono disordini del controllo degli impulsi (ICD) quali il gioco d'azzardo patologico, l'ipersessualità, l'acquisto ed il consumo di cibo compulsivi e comportamenti quali il punding (caratterizzato da una forte attrazione per i compiti ripetitivi, meccanici) e l'uso sregolato della terapia sostitutiva della dopamina. Anche se gli ICD sono stati comunemente associati al trattamento dopaminergico (in particolare ai dopaminoagonisti), evidenze cliniche e sperimentali recenti suggeriscono che possano non essere un fenomeno puramente farmacologico. Le ipotesi correnti propongono un'interazione tra la somministrazione cronica di farmaci dopaminergici e gli effetti specifici della malattia, in particolare sulla rete neurale coinvolta nei meccanismi della ricompensa.
In questo studio gli autori hanno esplorato diversi domini rilevanti per il controllo dell'azione nei pazienti con MP con e senza ICB, utilizzando una vasta gamma di test psicomotori.
I risultati dimostrano che nel paziente con MP e ICD vi è una compromissione del "senso di agente" (sense of agency) che e' la consapevolezza di essere in controllo delle proprie azioni. In questi pazienti i normali codici che regolano le nostre azioni sono deboli o assenti, per cui molti comportamenti si verificano senza una forte esperienza del controllo volontario endogeno. Questa importante constatazione contribuisce alla fisiopatologia dell’ICB in MP, e apre nuove prospettive sulla futura gestione terapeutica dei comportamenti compulsivi nel paziente parkinsoniano.

A cura di: G. Cossu (Cagliari)

Maggio 2017

Low cancer prevalence in polyglutamine expansion diseases.

Autori: Coarelli G. Diallo A., Thion M.S., Rinaldi D., Calvas F., Boukbiza O.L., Tataru A., Charles P., Tranchant C., Marelli C., Ewenczyk C., Tchikviladzé M., Monin M.L., Carlander B., Anheim M., Brice A., Mochel F., Tezenas du Montcel S., Humbert S., Durr A.

Pubblicato su: Neurology. 2017 Mar 21;88(12):1114-1119. DOI: 10.1212/WNL.0000000000003725

Giulia Coarelli

Giulia Coarelli

ICM Institut du Cerveau et de la Moelle Épinière
Paris

Articolo disponibile su: Neurology

Per malattie da espansione di poliglutamine si intende un gruppo di disordini neurodegenerativi ereditari, trasmessi in modalità autosomico-dominante, caratterizzati da espansioni instabili di triplette di nucleotidi. Tra queste, si annoverano in particolare la malattia di Huntington ed alcune forme di atassia spinocerebellare. I meccanismi patogenetici di queste condizioni patologiche non sono ad oggi del tutto noti. Questo studio osservazionale trasversale, effettuato dalla Dott.ssa Coarelli e pubblicato su Neurology, condotto su una casistica relativamente ampia, ha dimostrato un ridotto rischio di sviluppare malattie neoplastiche maligne, ad eccezione dei tumori cutanei, in pazienti affetti da malattia di Huntington ed atassia spinocerebellare. I suddetti risultati appaiono interessanti, soprattutto se si considera la maggiore incidenza di fattori di rischio per malattie neoplastiche maligne, ovvero il tabagismo o l’ eccessivo consumo di alcool, riscontrata nel gruppo di pazienti con malattia di Huntington. I risultati di questo studio sono sostanzialmente in linea con precedenti osservazioni, ottenute in studi retrospettivi, che hanno evidenziato una relazione inversa tra il rischio di sviluppare neoplasie maligne e malattie neurodegenerative, tra cui ad esempio la malattia di Parkinson. Tra i possibili meccanismi alla base della relazione inversa tra neurodegenerazione e cancerogenesi è stato ipotizzato il coinvolgimento di numerosi meccanismi molecolari e cellulari, tra cui apoptosi, autofagia ed attivazione di proteasi. Gli Autori sottolineano comunque la necessità di validare i suddetti risultati in ulteriori studi e concludono sulla necessità di valutare le possibili relazioni tra disordini neurodegenerativi e malattie neoplastiche anche in termini di progressione e severità di queste malattie.

A cura di: M. Bologna (Roma)

Aprile 2017

18F-AV-1451 positron emission tomography in Alzheimer’s disease and progressive supranuclear palsy.

Autori: Passamonti L. Va ́zquez Rodr ́ıguez P., Hong Y.T., Allinson K. S. J., Williamson D., Borchert R. J., Sami S., Cope T.E., Bevan-Jones W.R., Jones P.S., Arnold R., Surendranathan A., Mak E., Su L., Fryer T. D., Aigbirhio F.I., O’Brien J.T., and Rowe J.B.

Pubblicato su: Brain 2017 doi: 10.1093/brain/aww340

Luca Passamonti

Luca Passamonti

Department of Clinical Neurosciences
University of Cambridge
Herchel Smith Building
Robinson Way
Cambridge Biomedical Campus

Articolo disponibile su: Brain

La proteina tau è associata a diverse patologie neurologiche dette taupatie tra le quali si annoverano la malattia di Alzheimer e la paralisi sopranucleare progressiva (PSP), dove la proteina tau è presente in quantità e qualità anomale. Solo recentemente è divenuto possibile misurare questa proteina con tecniche di imaging cerebrale. Valutare il carico e la distribuzione della proteina in soggetti affetti o in persone sane a rischio potrebbe rappresentare un importante passo avanti nello sviluppo di terapie in grado di modificare il decorso della malattia, utilizzando la proteina tau come bersaglio specifico. Evidenziare dei marcatori specifici potrebbe inoltre aiutare a stabilire delle caratteristiche patologiche di varie patologie come la demenza frontotemporale e la degenerazione corticobasale. Questo studio, condotto dal Dottor Passamonti e pubblicato su Brain dimostra come, utilizzando un nuovo radionuclide per la PET (8F-AV-1451), si possano evidenziare in vivo dei pattern distinti di accumulo del radionuclide nella malattia di Alzheimer e nella PSP. E’ interessante notare che le regioni con aumentata captazione di 8F-AV-1451 ricalcano inoltre i pattern degenerativi conosciuti in entrambe la malattie, e si associano alle diverse manifestazioni cognitive e motorie classicamente riscontrabili in malati di Alzheimer e PSP, rispettivamente. Gli autori concludono consigliando l’uso di questo radionuclide per ulteriori studi, in vivo ed in vitro, al fine di valutare la proteina tau nello studio di patologie caratterizzate da demenza e neurodegenerazione.

A cura di: L. Avanzino e F. Carbone (Genova)

Marzo 2017

Diagnosis of Human Prion Disease Using Real-Time Quaking-Induced Conversion Testing of Olfactory Mucosa and Cerebrospinal Fluid Samples.

Autori: Bongianni M., Orrù C., Groveman B.R., Sacchetto L., Fiorini M., Tonoli G., Triva G., Capaldi S., Testi S., Ferrari S., Cagnin A., Ladogana A., Poleggi A., Colaizzo E., Tiple D., Vaianella L., Castriciano S., Marchioni D., Hughson A.G., Imperiale D., Cattaruzza T., Fabrizi G.M., Pocchiari M., Monaco S., Caughey B., Zanusso G.

Pubblicato su: JAMA Neurol. 2016 Dec 12. doi: 10.1001/jamaneurol.2016.4614. [Epub ahead of print]

Matilde Bongianni

Matilde Bongianni

Dip.to Neuroscienze, Biomedicina e Scienze del Movimento
Università degli Studi di Verona

Articolo disponibile su: Pubmed

La malattia di Creutzfeldt-Jakob (CJD) si può manifestare con disturbi del movimento (atassia, parkinsonismo, mioclono) associati a disturbi cognitivi ad andamento rapidamente progressivo. Tale quadro clinico entra in diagnosi differenziale con alcune condizioni patologiche potenzialmente trattabili, per cui una diagnosi precoce è auspicabile. Questo studio pubblicato su Jama Neurology, condotto dalla Dott.ssa Matilde Bongianni e coordinato dal Prof. Zanusso dell’Università di Verona, dimostra l’utilità di una nuova tecnica di analisi della proteina prionica in grado di far porre una diagnosi precoce di CJD. Tale tecnica denominata RT-QuIC permette di individuare minime quantità di proteina prionica patologica nel liquor e della mucosa olfattoria, con percentuali di sensibilità e specificità > del 90%, che raggiungono il 100% quando l’esame del liquor è combinato con il brushing della mucosa olfattoria nei pazienti con CJD sporadica. Tale sensibilità è ridotta nei pazienti con malattia prionica genetica (CJD familiare e Sindrome di Gerstmann-Sträussler-Scheinker). Nelle conclusioni, gli autori raccomandano la ricerca della proteina prionica patologica tramite RT-QuIC nel liquor come prima approccio diagnostico ed, in caso di negatività, tramite RT-QuIC della mucosa olfattoria. 

A cura di: F. Morgante (Messina/Londra)